Sono passati dieci anni da quella maledetta sera di maggio. Sono passati dieci anni da quel maledetto televideo che annunciava la morte di Massimo Riva, il “chitarrista di Vasco”. Una definizione, un’etichetta, che lo accompagnò per tutta la vita e che non l’ha abbandonato nemmeno dopo morto. Una definizione a dir poco riduttiva. Perché se Riva è stato il chitarrista di Vasco, è stato anche molte altre cose. Un autore, il leader di una band, un cantante solista capace di lasciare in eredità dei piccoli e preziosi episodi di un talento indiscutibile.
Ecco, a chi vuole conoscere Massimo Riva, io consiglio di ascoltare “Matti come tutti” e soprattutto “Sangue nervoso”, i suoi due dischi, quelli che più condensano le qualità di questo artista. Certo, poi ci sono anche tutte le cose fatte con e per Vasco, la Steve Rogers Band e “Comandante Space”, il disco uscito postumo. I tasselli di un percorso che purtroppo si è interrotto troppo presto.
Io ho il rammarico di aver visto il primo concerto di Vasco nel 1989, quando Riva era uscito dal gruppo. Ho dovuto aspettare fino al 1995, Rock sotto l’Assedio, per vedere Massimino sopra quel palco. Ho il rammarico, questo enorme, di non essere andato a vederlo quando venne, nei primi anni novanta, a fare un concerto a Sestri Levante. Ho invece avuto la fortuna di conoscere i suoi dischi subito, non come è successo a molti dopo la sua morte.
Massimo Riva vive nel ricordo di chi l’ha conosciuto, come uomo o come artista. Prima o dopo, non ha importanza. Vive nei suoi dischi, che restano, come la traccia indelebile del suo passaggio in questa vita. Resta, per molti, un artista da scoprire o riscoprire. Molto si potrebbe fare per farlo conoscere di più. A dieci anni dalla sua morte, il vuoto che ha lasciato tra i fans è ancora enorme. Niente e nessuno potrà colmarlo. Noi non lo dimentichiamo.
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